PHOTO | Una delle storie delle Grotte della Valle

 
LE GROTTE DI S. PIETRO INFINE Ultimamente, a seguito di una visita che non aveva alcuna finalità archeologica, con un gruppo di amici guidati dall’arch. Paolo Vacca, ho avuto la possibilità di osservare con un’attenzione diversa le grotte artificiali che sopravvivono nella parte occidentale dell’abitato medioevale di S. Pietro Infine. Ne è nato un dibattito culturale che sicuramente solleciterà le necessarie ricerche per capire quale sia la loro origine, la loro funzione nel tempo e una datazione il più possibile attendibile. Lo studio dell’architettura rupestre in quest’area del territorio (che, tra Campania e Molise, si appoggia sull’antico tratto della via Casilina nel punto in cui, ripetendo il tracciato della preesistente via Latina, si dirama per il Sannio passando per Venafro) è solo agli inizi. . In generale lo studio dell’architettura rupestre tra Campania e Molise è stato appena cominciato e di questo problema si sono fatti carico Carlo Ebanista (Abitati e luoghi di culto rupestri in Campania e Molise, Spoleto 2011) e Domenico Caiazza (Riti preistorici e culto michaelico nel nord di Terra di Lavoro 1994) che hanno avviato una ricognizione degli insediamenti rupestri più o meno conosciuti evidenziando le difficoltà che si incontrano per tentare di dare una risposta definitiva ai tanti interrogativi che rimangono aperti. Tra questi sicuramente interessanti sono gli insediamenti rupestri sulle morge molisane tra i quali certamente notevole importanza ha quello della Morgia di Pietravalida a Salcito (Franco Valente, Castrum Sancti Laurentii di Salcito, 2007). Ma una lunga marcia comincia con un primo passo. I passi immediatamente successivi, anche se incerti, possono essere utili per definire un percorso che procedendo diventerà più sicuro. . Delle grotte di S. Pietro Infine si è interessato Maurizio Zambardi in una piccola, ma interessante monografia, di Autori Vari (S. Pietro Infine. L’avanzata delle truppe alleate verso Roma da S. Pietro Infine a Porta S. Paolo, 2006) riportando anche una planimetria di alcuni ambienti che furono utilizzati come rifugio dai cittadini di S. Pietro Infine durante l’occupazione tedesca del paese. Un nuovo contributo è giunto nei primi anni del Duemila quando Paolo Vacca progettò e diresse i lavori di sistemazione di un’area che dall’Amministrazione Comunale era stata destinata ad accogliere il Museo della Memoria Storica. Nell’ambito di tali lavori si rese conto che l’edificio destinato a ospitare il museo era addossato a una parete rocciosa che in tempi antichi era stata parzialmente utilizzata come articolazione interna di un frantoio oleario di cui non rimaneva altro che il ricordo. . Il rilievo planimetrico di questa parte scavata nella roccia ha rivelato che si tratta di ciò che resta di una piccola chiesa rupestre con la parte terminale formante un piccola tricora. E’ apparso subito chiaro che si trattava del nucleo originario dell’antica chiesa di S. Nicola la cui esistenza è ricordata dal nome dello slargo e dalla documentazione archivistica di Montecassino (Angelo Pantoni, S. Pietro Infine, 1975). Poi è iniziata una riflessione sulla circostanza che tutto l’abitato medioevale di S. Pietro Infine si appoggia su una quantità di cavità artificiali che sono state sempre considerate una sorta di ampliamento delle abitazioni, senza mai avanzare l’ipotesi che le abitazioni medioevali si siano sovrapposte ad ambienti ipogei più antichi. . Sarebbe necessario effettuare un rilievo generale di tutto l’abitato per capire se i singoli volumi sotterranei siano episodi isolati ovvero se esista una struttura urbana ipogea derivata dalla necessità di realizzare, in epoca alto-medioevale, un abitato che potesse utilizzare quella particolare natura del terreno, che è un’arenaria abbastanza compatta. L’osservazione delle grotte che si affacciano sul vallone occidentale, sottostante quella parte dell’abitato che era popolarmente chiamato di Capo la Terra, permette di ipotizzare che chi le realizzò aveva un’idea chiara di come dovesse avvenire lo scavo. Una sorta di progetto schematico che teneva conto della natura della roccia che, per quanto compatta apparisse, comunque non poteva permettere di conseguire vuoti particolarmente grandi. Certamente si tratta di uno schema piuttosto originale nel quadro delle architetture ipogee e non sappiamo se tale modalità sia limitata solo a questa parte dell’abitato rupestre oppure se a monte, sotto gli strati di terra calata dall’alto, si nascondano altre cavità e se quelle sottostanti le abitazioni siano simili. Le grotte che abbiamo preso in esame sono caratterizzate ognuna da un’apertura che permette di accedere a una sorta di piccolo atrio da cui si diramano, a 45 gradi, due ambienti destinati ad abitazione. L’elemento verticale conseguito dallo scavo di fronte all’ingresso appare come un grande pilastro che staticamente assicura una concreta solidità della volta che è stata modellata in forma ribassata. . La presenza diffusa di piccoli stipi ricavati nelle pareti farebbe escludere che si tratti di ambienti destinati ad ospitare animali. Da capire con quali attrezzi sia stato effettuato lo scavo. Sembra sia stato utilizzato uno scalpello metallico a sezione rotonda per modellare le pareti e le volte, ma si vedono anche i segni di uno scalpello a punta piatta. Nella documentazione archivistica di Montecassino, ove sopravvivono numerosi documenti riguardanti i rapporti tra gli abitanti e l’amministrazione dell’Abbazia, non esiste alcun riferimento a queste grotte (Rossella Merola, Il Castrum di S. Pietro in Flia tra X e XIII secolo, 2007). Nulla, inoltre, può dirsi di cosa sia accaduto in questo territorio che strategicamente ha avuto sempre importanza nei secoli antichi per essere posto a ridosso di una strada di grande comunicazione, la Casilina, su cui si innestava il tratto più importante della via Latina che da Roma si inoltrava verso il Sannio. Sappiamo molto poco della forma urbana dei nuclei abitati precedenti al Mille, ma possiamo ragionevolmente ritenere che le case fossero in legno o, molto più probabilmente, di tipo rupestre. . La circostanza che le caratteristiche geologiche del territorio di S. Pietro permettano di conseguire con una certa facilità delle cavità utilizzabili anche per abitazione fu certamente l'occasione determinante perché un nucleo urbano si sviluppasse in quel luogo secondo una tipologia abitativa che è abbastanza diffusa in altre parti del Mezzogiorno, anche se la maggior parte degli esempi che ci sono pervenuti riguardano insediamenti religiosi. Si tratta di un'epoca che definiamo di transizione perché costituisce il segmento che unisce l'epoca romana, ormai al disastro, e quella della rinascita benedettina che avrà il massimo sviluppo dall'epoca carolingia in poi. L'abitato rupestre di S. Pietro Infine appartiene probabilmente a un periodo in cui le condizioni di vita nei villaggi dipendenti dai monasteri erano disastrose rispetto a quelle sicuramente privilegiate delle comunità che vivevano all'interno dei monasteri. Nell'VIII secolo le condizioni servili degli abitanti dei villaggi sottoposti a Montecassino erano condizionate soprattutto dall'obbligo di fornire la manodopera per le necessità dell'organizzazione agricola, avendo in cambio la possibilità di sopravvivere. . La circostanza che nel XIII secolo la chiesa di S. Nicola fosse assoggettata al pagamento delle decime assicura che in quell’epoca l’edificio già esistesse, ma la forma così particolare dell’impianto ipogeo fa ritenere con sufficienza che la sua prima fondazione fosse molto più antica. Una forma che trova notevoli analogie nell’altra chiesa ipogea di S. Erasmo a Isernia (Francesco De Vincenzi- Davide Monaco, S. Erasmo ad Isernia. 1986). Solo ampliando le indagini a tutto l’abitato di S. Pietro Infine si potrà avere una risposta sicura. Certamente siamo di fronte a un modello abitativo rupestre molto particolare che potrebbe aprire una finestra sulla fase della transizione tra Impero Romano e Medio Evo di cui conosciamo molto poco.
 
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